Ai tempi del coronavirus il nostro dovere di cittadini nei confronti del Paese è quello di restare a casa e rispettare le misure date dal governo per limitare il diffondersi del virus.
Come in altre circostanze, i motti possono aiutare a tenere alto lo spirito del popolo e a ricordargli il proprio dovere. Anche in questa vicenda sono nati degli slogan più e meno efficaci.
#iorestoacasa è uno di essi. Ma da qualche giorno, un nuovo motto circola in rete: #IoVoglioRiaprire!
Questo, il messaggio dei maestri della pizza napoletana, che hanno espresso la volontà di riaprire rispettando le necessarie misure di sicurezza, ripartendo per gradi, magari dalla consegna a domicilio. L’obiettivo è quello di intraprendere la seconda fase dell’epidemia cercando di recuperare l’attività, posti di lavoro e di non perdere sapori tipici della nostra terra.
Fipe Confcommercio, dopo aver raccolto l’adesione della stragrande maggioranza degli operatori del settore come Sorbillo, Antica Pizzeria da Michele, 50 Kalò, Di Matteo, Pepe in grani (Caserta), Poppella, Casa Infante, Antica pizzeria Port’Alba, Carraturo, La Notizia, Mattozzi, Gorizia, ha inviato una lettera al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, per sollecitare un confronto. L’intento è quello di individuare un percorso condiviso per riattivare in sicurezza l’attività di consegna a domicilio che in altre regioni italiane è consentito.
In questo modo si cerca di limitare le uscite di casa e quindi fornire un servizio alla cittadinanza e di dare sollievo ad un settore il cui ritorno alla piena attività avrà tempi lunghissimi.

In questo delicato momento storico, non bisogna dimenticare di essere di buon umore! Non possiamo che pensare alla famosissima canzone del grande Pino Daniele:

“Fatte ‘na pizza e crescerai più forte, nessuno più ti fermerà!”

Potrebbe essere una cosa banale da dire, soprattutto in questi casi e quindi lo lasciamo fare ai medici di Niccolò, il giovane che è risultato negativo al Coronavirus, ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma.

“Sta bene, è in splendida forma e ha chiesto una pizza.” Così i medici hanno dichiarato sul suo stato di salute. Buone notizie, insomma!

In genere, ci si consola col cibo quando viviamo in condizioni di stress elevate.

Se si è malati, stanchi o lontani da casa, capita spesso di desiderare un piatto o un alimento di quelli che una volta facevano stare subito bene. Il cibo diventa confortante principalmente per due motivi: la familiarità e la semplicità che ad esso si associano. La preferenza di un piatto è spesso basata sulla conoscenza che se ne ha e sull’associazione a memorie piacevoli.

Non si mangia solo per soddisfare l’appetito ma anche le emozioni.

Le voglie di cibi come la pizza, o meglio di comfort food, finiscono quasi sempre per essere più psicologiche che fisiologiche. Il cibo può compensare o anestetizzare momentaneamente disagi emotivi, può rassicurare, appagare o gratificare, può calmare tensioni o colmare vuoti interiori.

Pizza e comfort food

Parlando di felicità, il comfort food ha significati psico-sociali che non possono essere trascurati e che si collegano al rinforzo di sentimenti positivi (convivialità, gratificazione, premio, tepore familiare, intimità, “amarcord”) oltre che, in misura minore, alla riduzione di quelli negativi (diminuzione di ansia e stress, conforto). Il comfort food è soprattutto cibo ricco e sano, preparato secondo ricette specifiche spesso legate alla storia personale familiare.

I cibi consolatori preferiti dagli italiani sono quelli amati da bambini o che ricordano la casa, la famiglia, come non citare ad esempio, la pizza della nonna, o di cibi sani e appaganti della tradizione che suscitano nostalgia e rilasciano una sensazione di benessere psico-fisico una volta consumati, insomma alimenti della felicità.

In questa fase di grande tristezza è importante passare dei momenti appaganti con i propri cari, davanti una pizza fumante e una buona birra, una rassicurazione: perché infondo va tutto e bene e non c’è bisogno di cadere nel panico.

“Un’altra cosa che il mondo, con questa filosofia cca’ nisciuno è fesso, fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa e vedrai che il mondo ti sorriderà!”

L’olio d’oliva è un immancabile ingrediente che, con la sua dettagliata presenza, conferisce il tocco finale al sapore della nostra amata pizza. Alleato della salute, ottimo sulle nostre tavole e complice della tua bellezza, lo usiamo tutti i giorni. Ma sappiamo proprio tutto sull’ olio?

Le origini

L’ulivo ha una storia lunga almeno settemila anni: la coltivazione nasce in Medio Oriente, dove l’olio d’oliva era utilizzato come unguento per la pelle e olio per le lampade.

I romani diffusero la pianta in tutti i territori conquistati, addirittura imponendo il pagamento dei tributi sotto forma di olio d’oliva, proprio per il suo valore. Con la caduta dell’impero romano, anche la coltivazione dell’olivo cadde in disgrazia: per centinaia di anni gli unici a possedere degli uliveti furono i monaci, che utilizzavano il prezioso succo durante le funzioni liturgiche.

Nel Rinascimento il re dei condimenti viene riscoperto e diffuso in tutta Europa: pensa che l’olio d’oliva ha raggiunto le Americhe insieme a Cristoforo Colombo nel 1492, stivato nella pancia lignea della Nina, della Pinta e della Santa Maria!

L’olio d’oliva è una sostanza pura

L’attributo “vergine” sta a indicare che il processo estrattivo viene effettuato esclusivamente con metodi meccanici, senza l’utilizzo di solventi, a differenza di molti olii di semi. Nella classificazione degli olii troviamo l’olio extravergine (con acidità inferiore allo 0,8%), l’olio vergine (con acidità fino al 2%) e l’olio lampante, che è non commestibile, molto acido e sgradevole al gusto e all’odore. Quest’ultimo termine deriva da “lampada”, perché veniva utilizzato nei lampioni per illuminare le strade. Il Salento, con il suo olio lampante, ha illuminato Londra per oltre cinquant’anni!

Olio e pizza: un binomio che significa eccellenza

il segreto di una pizza con la “P” maiuscola, degna di essere presente sui menù dei migliori ristoranti e, soprattutto, in grado di impersonificare i valori di cui ha parlato l’Unesco due mesi fa, è l’olio extravergine d’oliva. Sì, proprio l’olio, che deve essere extravergine. Per quanto riguarda la pizza, farina, mozzarella, pomodori e olio extravergine d’oliva sono i quattro grandi cardini per avere un risultato unico e indimenticabile, e devono essere di qualità “italiana”.  L’olio extravergine d’oliva diviene un ingrediente fondamentale non solo in cottura finale, quando il mastro pizzaiolo versa un filo di buon olio sul condimento nella pizza per poi chiudere la decorazione con una profumata foglia di basilico: l’olio d’oliva è un ingrediente fondamentale anche e soprattutto nell’impasto in lievitazione.

L’olio di oliva si aggiunge all’impasto quando si vuole ottenere una pizza più fragrante: va aggiunto all’impasto poco prima della chiusura, mentre se preparate la pizza a casa vostra e usate una farina debole, quella comune del supermercato, è consigliabile aggiungerlo, magari insieme all’acqua, per facilitare il legamento delle proteine, consentendo la formazione di un glutine più omogeneo, che tratterrà maggiormente i gas che andranno a formarsi durante il processo di lievitazione.

Una pizza senza olio d’oliva è una pizza incompleta: l’olio d’oliva conferisce alla regina della tavola un profumo, una consistenza e una succulenza unica. Un ingrediente utile alla salute in tutte le sue forme: usarlo a crudo o nella preparazione dei piatti, è sempre una buona idea. Acquistare l’olio d’oliva è anche incentivare la produzione italiana di un prodotto DOC; ingredienti naturali, mediterranei e a kilometro zero!

 

La Pizza Napoletana fa bene! Ad affermarlo una ricerca che vince il premio dall’Università di Harvard alle ricerche che fanno “ridere ma anche riflettere.” Il simbolo per eccellenza del “Made in Italy”, la tanto amata pizza, ha vinto un Nobel. Non uno qualsiasi, ma un IgNobel: gli irriverenti premi alla scienza che “prima fa ridere poi fa pensare”.

La cerimonia di assegnazione di questi strambi riconoscimenti si tiene ogni anno ad Harvard e premia ricerche strane, divertenti e bizzarre. Quest’anno ha vinto anche un italiano per la ricerca sul piatto simbolo della cucina italiana La cerimonia organizzata nel Sanders Theatre dell’università di Harvard è entrata subito nel vivo con l’assegnazione dell’Ig Nobel per la Medicina alla ricerca italiana. Tre gli articoli vincitori, pubblicati su riviste internazionali da epidemiologi di primo piano, rappresentati da Silvano Gallus, di Istituto Mario Negri di Milano e Università di Maastricht.

“Una buona pizza racchiude tutte le virtù della dieta mediterranea”

Gallus ha detto che la pizza può protegge dall’infarto del miocardio e da alcune forme di tumore. Gli ingredienti devono essere però quelli tipici della dieta mediterranea: no, quindi, ad altre ‘interpretazioni’ della pizza. Il filo rosso della cerimonia, compresa l’esibizione di un improbabile coro dedicato alle cattive abitudini.

Ig Nobel 2019, la “buffa” cerimonia

Inaugurata da un lancio di aeroplanini di carta, i vincitori si aggiudicano una banconota da dieci bilioni di dollari dello Zimbabwe (la moneta è fuori corso).

A fermare i ricercatori che non rispettavano i 60 secondi previsti per i loro interventi era una bambina di otto anni che entrava in scena urlando: “Per favore fermati, mi sto annoiando”. Una manifestazione che fa quindi riflettere con un sorriso, poiché tra gli articoli citati da i ricercatori vincitori, si attesta anche uno studio sul consumo di pizza e la prevenzione del rischio di cancro al seno, alle ovaie e alla prostata.

Insomma, l’allegra scoperta di questo team ci porta ad affermare che la pizza non fa bene solo al palato e all’umore ma fa bene anche alla salute del fisico! Ovviamente non una pizza qualunque, ma la pizza made in italy con tutti gli ingredienti Doc, tipici di una dieta mediterranea, ad esempio la classica ed intramontabile pizza Margherita, con i suoi ingredienti semplici e saporiti, il passato di pomodoro fresco, il profumato basilico, la mozzarella rigorosamente campana e il lievito dell’impasto lasciato a riposare sul piano di marmo, durante il quale acquista sofficità e “aria”.

Questa notizia ci renderà il cuore più leggero ogni qualvolta avremo voglia di una bella pizza, per pranzo o cena e potremmo gustare questo importante piatto della cucina tipica partenopea senza troppi sensi di colpa!

 

 

La produzione della ceramica artistica e tradizionale fa parte del tessuto culturale degli ultimi secoli della città di Napoli ed è considerata una delle eccellenze delle arti partenopee. La storia nota a tutti inizia nel 1743, con l’apertura della reale fabbrica di Capodimonte voluta da Carlo di Borbone, allorché il chimico Livio Vittorio Schepers, incaricato dallo stesso re, riuscì a studiare la formula più idonea per ottenere l’impasto della porcellana.

La porcellana che si produce in questa zona ha delle caratteristiche peculiari che la distinguono dalla porcellana nordeuropea. Nel sud Italia, infatti, non c’è il caolino; pertanto l’impasto si compone di una fusione di varie argille provenienti dalla cave del sud miste al feldspato. Ne deriva un impasto tenero dal colorato latteo, che renderà questa manifattura unica nella storia della porcellana.

Le ceramiche Pizzastyle si rifanno fedelmente alla tradizione tutta napoletana: ogni stile, ogni colore, ogni figura rappresentata è ispirata alle allegorie campane.

La lavorazione della ceramica

L’oggetto parte sempre da un’idea, ovvero dall’estro dell’artista e pertanto egli dapprima traccia il disegno dell’oggetto che vuole realizzare. La prima fase consiste nel creare il modello di gesso. Lo scultore modella sul tornio un blocco di gesso con strumenti alquanto rudimentali per delinearne la sagoma. Il modellista cesella e scolpisce a mano quelli che sono i dettagli dell’oggetto. Si ottiene così il calco per avere la prima forma.

L’artigiano a questo punto riversa nello stampo di gesso la porcellana in forma liquida, un impasto che si differenzia dalle comuni ceramiche bianche per il maggior pregio e la maggior compattezza e trasparenza. Per dare spessore all’oggetto si lascia essiccare brevemente la porcellana liquida nello stampo, quella in eccesso viene riversata e si ottiene così l’oggetto crudo. Segue la fase della rifinitura. Il rifinitore elimina eventuali sbavature o imperfezioni che si possono verificare in fase di colaggio.

Nel caso di una composizione floreale, l’artista plasma a mano la porcellana: ogni figura racchiuderà in sé un significato ben più profondo. A questo punto si effettua la prima cottura ad una temperatura di 1250 gradi per una durata che va dalle 8 alle 12 ore da cui si ottiene l’oggetto in biscuit di porcellana. Segue la fase della decorazione. Il decoratore dipinge manualmente l’oggetto biscuit. Si passa ad una successiva cottura a 750 gradi per fissarne il colore. Questa durerà mediamente 8 ore. Il processo lavorativo è a questo punto finito.

Il significato delle allegorie napoletane

Maggiormente usati nelle ceramiche napoletane sono sicuramente forme tonde e sinuose, come i corni, che nessun amante della cultura partenopea può dimenticare; seguono poi le classiche e senza tempo maschere di Pulcinella, fino alla rappresentazione numerica tipica della smorfia napoletana!

Ma perché il corno napoletano è rosso?

Rosso perché il colore simboleggia il sangue, quello dei nemici sconfitti. Il corno napoletano deve essere fatto a mano perché le mani che lo fabbricano conferiscono le proprietà benefiche. Per funzionare contro la malasorte, il corno napoletano deve essere di corallo, e deve essere donato da qualcuno, e non acquistato da sé.

Non solo: deve anche essere concavo perché così si può riempire di sale all’interno. Non a caso, il corallo è una pietra rinomata per proteggere dal malocchio e per salvaguardare le donne incinte. Più precisamente, la forma del corno napoletano rappresenta il fallo di Priapo, il dio della prosperità, che i greci pensavano proteggesse proprio dalla cattiva sorte.

A Napoli, il corno è diventato un oggetto simbolo della cultura del luogo. Secondo i napoletani, il corno napoletano deve essere “tuosto, vacante, stuorto e cu’ ‘a ponta”, appunto fatto di materiale duro, come il corallo, vuoto all’interno e con la punta.

La maschera di Pulcinella

Alcune delle meravigliose ceramiche di Pizza Style sono dedicate alla ben nota maschera di Pulcinella, simbolo di una napoletanità tutta partenopea.

Il nostro Pulcinella ci richiama alla memoria i personaggi delle fabulae atellanae, specie la maschera di Macco, che significa sciocco e indica una persona “stupida”, e Dosseno, che significa gobbo e indica una persona “astuta”, “furba”. La maschera di Pulcinella ha un significato di denuncia sociale. Metaforicamente quindi la maschera simboleggia la plebe napoletana che stanca degli abusi e delle umiliazioni ricevute dalla cinica classe alto–media borghese.

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Quello del pizzaiolo è un mestiere antico, di umili origini, fatto di cura, precisione e tanta pazienza.

Fare il pizzaiolo non è solo un lavoro come un altro: è soprattutto una vocazione! Si lavora in tutte le stagioni, nei giorni di festa, con un caldo a tratti insopportabile, senza sosta, fino a tarda notte. È il mestiere del pizzaiolo, tanto faticoso quanto ricercato.

Grazie ai pizzaioli, tutto il mondo assapora e conosce i prodotti nostrani, l’autentico MADE IN ITALY, con il quale i nostri prodotti più gustosi e raffinati, raggiungono le case di famiglie lontane, in tutto il mondo: è una questione di globalizzazione dei sapori.

La maestria che solo esperienza e dedizione possono produrre

Preparare la pizza è un’arte: con il legno giusto, un bel fuoco scoppiettante nel forno, scegliere l’equilibrio tra farina e acqua per l’impasto, annusare tutti i profumi del basilico e dell’olio d’oliva, il calore sul viso e la farina tra le mani; bisogna possedere una sapienza antica per governare l’impasto sulla pala rigida, girare le pizze già in forno, quasi pronte ad essere degustate!

Grazie ai mastri pizzaioli, l’amore per la cucina, l’abilità ai fornelli, il valore e le tradizioni del buon cibo campano, viene valorizzato ed esportato in ogni parte del mondo. Un pizzaiolo offre più del suo duro lavoro: offre ricercatezza degli ingredienti ed un prodotto finale ricco di qualità e passione!

Il progetto di Pizza Style per valorizzare la figura professionale del pizzaiolo

“Sin da quando fondammo l’Associazione, nel 1984, ci siamo posti la obiettivo di valorizzare non solo la Vera Pizza Napoletana ma anche l’immagine del pizzaiolo, dando la giusta dignità a questo faticoso lavoro purtroppo non sempre riconosciuto per il suo reale valore” – afferma il Presidente dell’AVPN Antonio Pace.

L’AVPN ed il progetto Pizza Style rivolgono il proprio lavoro a questa figura professionale pregna di valore e dignità, innovando il proprio stile e la propria funzione, conservando tutti i simboli cari alla tradizione partenopea, alla genuinità e alla cordialità tutta napoletana.

 “È passato molto tempo da allora, e ritengo che uno dei compiti svolti dall’Associazione, insieme al far conoscere nel mondo la pizza napoletana, sia stato quello proprio di far nascere l’orgoglio di essere pizzaiolo valorizzando la loro professione e dando loro dignità”.

Morsi… senza rimorsi! Scopri i valori nutrizionali della pizza napoletana

La pizza è uno dei prodotti italiani più amati in tutto il mondo, a cui in pochi sanno resistere.
Proprio perché si annovera fra i cibi più golosi molto spesso ci si chiede se faccia bene mangiarla o meno, soprattutto durante una dieta.
Vediamo dunque quali sono i valori nutrizionali di una pizza e dei suoi ingredienti principali: rimarremo sorpresi come sia possibile godersi il gusto della tradizione senza troppi rimorsi.
Non sono fasulle voci che vogliono la pizza un alimento calorico, se solo si pensa al fatto che una porzione di pizza margherita dal peso di 100 grammi apporta circa 270 kcal. Fermo restando che è impossibile accontentarsi di un’unica porzione, vale la pena di ricordare che, secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, una pizza margherita di medie dimensioni pesa circa 280-300 g, quindi l’apporto calorico complessivo sale a 700/800 kcal.
In pratica, una margherita apporta una quantità di energia pari a un intero pasto, quindi è altresì corretto considerare la pizza come un alimento completo, che garantisce carboidrati, proteine e grassi mentre manca, evidentemente, l’apporto in fibre che possono essere comunque integrate, magari con una porzione di verdure da aggiungere.
Anche se non è un alimento leggero, mangiare la pizza è un toccasana per la salute: gli ingredienti della pizza margherita, infatti, sono salutari dal punto di vista alimentare, tanto che proprio la pizza è uno dei principali protagonisti della dieta mediterranea, acclamata in tutto il mondo come un modello da seguire per godere di buona salute.
C’è da aggiungere che, sebbene non sia una pietanza leggera, gli ingredienti conferiscono alla pizza proprietà nutrizionali uniche, in quanto la farina apporta carboidrati complessi, ma anche minerali e vitamine del gruppo B, nonché proteine; il pomodoro è ricco di licopene, un prezioso antiossidante che conferisce a questo ortaggio il suo caratteristico colore rosso; il fiordilatte apporta grassi e calcio; l’olio extravergine d’oliva apporta grassi “buoni” e sostanze antiossidanti. Proprio per questo la pizza compare come un alimento principale per la dieta mediterranea, famosa in tutto il mondo.

L’Italia e la sua cucina sono da sempre associate all’uso del pomodoro e, proprio in ambito alimentare, uno dei connubi più consolidati è sicuramente quello della pizza col pomodoro.
Com’è noto, infatti, anche se la pizza ben si presta a svariati abbinamenti, l’ingrediente quasi irrinunciabile è senza dubbio il pomodoro, col suo inconfondibile colore rosso.

Il binomio “pizza- pomodoro” nasce dal vantaggio gustativo dato dal sapore inconfondibile di quest’ultimo, il quale esalta il gusto di qualsiasi alimento che lo accompagna.

Non solo: oltre a deliziare il palato, il pomodoro è un vero e proprio toccasana per la nostra salute: costituito soprattutto da acqua, è ricco di fibre, sali minerali e vitamine che rafforzano il sistema immunitario e conferiscono al pomodoro un’azione antibatterica, antifungina, protettiva della vista, delle ossa e delle strutture cutanee.

Inoltre, grazie al licopene, responsabile del colore rosso tipico, il pomodoro è un antiossidante capace di neutralizzare i radicali liberi, e la sua presenza rende il pomodoro non soltanto protettivo contro l’invecchiamento cellulare, ma lo rende un alimento prezioso, il cui consumo riduce il rischio di cancro al colon, alla prostata ed alla vescica.

Proprio per l’utilizzo del pomodoro, la pizza è buona da mangiare ed un’alleata per la nostra salute, un alimento che non dovrebbe mai mancare sulle nostre tavole.

L’AVPN regola con attenzione l’utilizzo degli ingredienti nella realizzazione dell’autentica Pizza Napoletana. Nel caso del pomodoro, la sua provenienza deve essere preferibilmente campana. Inoltre, nella preparazione della Vera Pizza, il pomodoro pelato deve essere frantumato a mano, risultare non denso e con alcuni pezzetti di pelato ancora presenti, mentre il pomodoro fresco deve essere tagliato rigorosamente a spicchi.

Se la città di Napoli avesse un volto di umana sembianza, esso sarebbe senza alcun dubbio Pulcinella, una delle più popolari e antiche maschere, dalla personalità sfrontata, chiacchierona e che con la sua ironia si prende gioco dei potenti e dei politici.
L’origine di Pulcinella è molto, molto antica. Addirittura già in età paleocristiana era conosciuta un’entità dalle stesse caratteristiche fisiche e comportamentali della maschera, ma che aveva la precisa funzione di protezione dalle forze naturali e quelle soprannaturali.
Con l’arrivo del Cristianesimo la figura di Pulcinella scomparve, per essere poi recuperata nel 1500 ad opera di Silvio Fiorillo ne “La Commedia dell’Arte”, un attore che fu tra i primi ad interpretare questo servo scaltro ma dall’indole svogliata, che per vivere si adatta a fare un po’ di tutto: dal ladro al fornaio, dall’oste al contadino, girando per i vicoli della sua città alla ricerca di espedienti per sopravvivere o di occasioni per prendersi gioco dei ricchi.
Una delle particolarità di Pulcinella è quella di non esser capace di star fermo o di mantenere un segreto. Egli parla e sparla anche a sproposito con la sua voce stridula e curiosa: di qui il famoso detto “il segreto di Pulcinella” per indicare un fatto segretissimo, ma che è ormai di pubblico dominio.

Nelle sue fattezze, Pulcinella è spesso rappresentato il larghi calzoni bianchi ed una blusa bianca altrettanto grande. Sul viso, una mezza maschera di colore nero con un grande naso adunco e profondi solchi sulla fronte. In pochi sanno che quella mezza maschera è di un’espressione massima, come poche altre. Essa è in grado di adattarsi a pieno a qualsiasi tipo di sentimento espresso dalla bocca: dall’espressione più triste al sorriso più beffardo, dalla smorfia di scherno allo stupore più sincero.

Ogni luogo d’Italia è famoso per una particolare tradizione culinaria, soprattutto nei periodi di festività! Anche nelle nostre case si respirano gli odori di piatti preparati come vuole la tradizione e che, con i loro profumi, rievocano i ricordi dell’infanzia e, ancor più indietro, ci riportano agli avvenimenti storici che i nostri avi hanno vissuto.

La nascita della tradizione

Digiuno e astinenza sono pratiche antiche intorno alle quali le tradizioni religiose napoletane si sono radicate. In una città intrisa di religiosità naturale come quella partenopea, dove la devozione ai santi ha sempre scandito le stagioni, l’osservanza dei divieti è sempre stata innata. Per la Chiesa Cattolica, la Vigilia di Natale è un giorno di magro, ovvero un giorno in cui bisognerebbe mangiare cibo “povero” o, addirittura, astenersi completamente dal cibo in segno di rispetto e devozione.

Roberto De Simone ne “Il Presepe Popolare Napoletano”, ci racconta che, secondo arcaiche credenze, la carne del pesce non sarebbe soggetta a essere veicolo di spiriti maligni. Come al contrario si verifica nelle carni rosse (in parte anche quelle bianche) a causa della cospicua presenza di sangue.

In tale periodo, infatti, il consumo di carni è ammesso purché siano bollite.

La tradizionale minestra maritata ad esempio aveva anche la funzione rituale e culturale di terminare tutte le riserve di cibo in vista del rinnovamento del nuovo anno. Dal precetto alla prescrizione di “mangiare carne” il passo è stato breve, anche perché la carne era considerata un lusso. Un alimento destinato ai ricchi o al consumo nei giorni speciali. A differenza del pesce meno costoso e più alla portata di tutti.

Non si può dire di conoscere Napoli se non si è mai addentata una pizza fritta bollente

Se dici pizza pensi a Napoli, ma questa volta non si parla della classica Margherita. I veri cultori sanno quanta poesia c’è nella ricotta bollente di una pizza fritta.

Un impasto intriso d’olio e ricordi, che riportano direttamente alla povertà del dopoguerra. E soprattutto all’arte di arrangiarsi: inventare il mestiere di venditori di sapore friggendo acqua e farina, ma soprattutto di benefattore nutrendo il popolo e facendolo pagare dopo otto giorni. Di solito la pizza fritta veniva preparata direttamente in casa dai pizzaioli nel loro giorno di riposo, per arrotondare le entrate domestiche. Magari poi veniva fritta e venduta dalle signore proprio fuori l’uscio di casa. Le famiglie dei pizzaioli abitavano di solito nei “bassi”, caratteristici monolocali dal soffitto basso e dall’ingresso direttamente sulla strada.

Oggi la pizza fritta si può considerare cibo da passeggio a Napoli. E la tradizione ce la porta presente sulla tavola il giorno della Vigilia di Natale. Una portata light in previsione della sera: il giusto preludio al “magro cenone” a base di pesce e verdure per prepararsi “lo stomaco” per il pranzo abbondante e a base di carne del giorno di Natale.