Ogni luogo d’Italia è famoso per una particolare tradizione culinaria, soprattutto nei periodi di festività! Anche nelle nostre case si respirano gli odori di piatti preparati come vuole la tradizione e che, con i loro profumi, rievocano i ricordi dell’infanzia e, ancor più indietro, ci riportano agli avvenimenti storici che i nostri avi hanno vissuto.

La nascita della tradizione

Digiuno e astinenza sono pratiche antiche intorno alle quali le tradizioni religiose napoletane si sono radicate. In una città intrisa di religiosità naturale come quella partenopea, dove la devozione ai santi ha sempre scandito le stagioni, l’osservanza dei divieti è sempre stata innata. Per la Chiesa Cattolica, la Vigilia di Natale è un giorno di magro, ovvero un giorno in cui bisognerebbe mangiare cibo “povero” o, addirittura, astenersi completamente dal cibo in segno di rispetto e devozione.

Roberto De Simone ne “Il Presepe Popolare Napoletano”, ci racconta che, secondo arcaiche credenze, la carne del pesce non sarebbe soggetta a essere veicolo di spiriti maligni. Come al contrario si verifica nelle carni rosse (in parte anche quelle bianche) a causa della cospicua presenza di sangue.

In tale periodo, infatti, il consumo di carni è ammesso purché siano bollite.

La tradizionale minestra maritata ad esempio aveva anche la funzione rituale e culturale di terminare tutte le riserve di cibo in vista del rinnovamento del nuovo anno. Dal precetto alla prescrizione di “mangiare carne” il passo è stato breve, anche perché la carne era considerata un lusso. Un alimento destinato ai ricchi o al consumo nei giorni speciali. A differenza del pesce meno costoso e più alla portata di tutti.

Non si può dire di conoscere Napoli se non si è mai addentata una pizza fritta bollente

Se dici pizza pensi a Napoli, ma questa volta non si parla della classica Margherita. I veri cultori sanno quanta poesia c’è nella ricotta bollente di una pizza fritta.

Un impasto intriso d’olio e ricordi, che riportano direttamente alla povertà del dopoguerra. E soprattutto all’arte di arrangiarsi: inventare il mestiere di venditori di sapore friggendo acqua e farina, ma soprattutto di benefattore nutrendo il popolo e facendolo pagare dopo otto giorni. Di solito la pizza fritta veniva preparata direttamente in casa dai pizzaioli nel loro giorno di riposo, per arrotondare le entrate domestiche. Magari poi veniva fritta e venduta dalle signore proprio fuori l’uscio di casa. Le famiglie dei pizzaioli abitavano di solito nei “bassi”, caratteristici monolocali dal soffitto basso e dall’ingresso direttamente sulla strada.

Oggi la pizza fritta si può considerare cibo da passeggio a Napoli. E la tradizione ce la porta presente sulla tavola il giorno della Vigilia di Natale. Una portata light in previsione della sera: il giusto preludio al “magro cenone” a base di pesce e verdure per prepararsi “lo stomaco” per il pranzo abbondante e a base di carne del giorno di Natale.